Capitolo Uno
LA MIA PARTENZA
Sabrina, giovane maestra della palestra di Saffron City, dopo le svariate
soddisfazioni professionali con i suoi adorati Pokèmon erba e veleno (senza
nascondere una spiccata inclinazione per gli elettro), per i quali aveva speso
la vita, decise di stabilirsi nell’antica cittadina di Amarantopoli, tanto bella
quanto inspiegabilmente “vuota” per la sua atmosfera e per il temperamento
quantomai tiepido dei suoi abitanti. Sabrina, avvalsasi dei tanti soldi
guadagnati e lasciati a tempo indeterminato tutti i contatti di lavoro del suo
paese natale, aveva preso alloggio nella parte alta della città, in una piccola
casa con una grande terrazza ed un ampio giardino sul retro. In quel periodo era
appena passata una grande ondata di sfidanti che, oltre ad andare a combattere
contro il capopalestra ufficiale della città, si recavano anche da lei per
sfidarla in segreto. Nonostante li avesse ripetutamente respinti, Sabrina non si
era mai potuta esimere dall’affrontarli per obbligo di regolamento e più per
ragioni di etica professionale, da lei tanto osteggiata ma che era comunque
costretta a rispettare. Passati quei mesi, l’afflusso di viaggiatori per lei
calò bruscamente; nessuno l’aveva battuta, era troppo brava. Soltanto Angelo, il
capopalestra ufficiale (col quale aveva peraltro aspramente litigato), riuscì a
metterla in difficoltà una volta in combattimento, ma nonostante questo ella
potè riportare una schiacciante vittoria. Da quel momento, Angelo se ne innamorò
perdutamente. Peccato soltanto che fosse giusto il tipo d’uomo che, anziché
accendere un qualche interesse in Sabrina, la schifava. Quanto si rimproverò di
aver vinto! Ma almeno l’onore, la posizione, erano salvi! E, ad ogni modo, c’era
sempre il battipanni pronto quando il molesto spasimante veniva a trovarla la
mattina (e la trovava impegnata nelle operazioni di pulitura dei tappeti nel
giardino).
-Oh, se almeno qualche poliziotto vedesse! Se ci fossero testimoni potrei
denunziarlo! E invece mai niente! Debbo sopportar io e rimetterci per le
chiacchiere di tutti questi altri mascalzoni quanti sono!, e in quel momento,
immancabilmente, l’energico Electabuzz usciva fuori dal suo recinto giusto
mentre lei spruzzava con acqua i suoi preziosi tappeti venuti da Kanto, con
conseguente rosario e manifestazioni di stizza assai poco edificanti da parte di
una giovane signorina ben educata quale Sabrina, almeno in teoria, veniva
considerata. Da quando poi si era ritrovata tra i piedi anche un pestifero
Elekid, forse parente dell’Electabuzz adulto, la situazione aveva rischiato di
precipitare; non solo ella non era più padrona di avere un po’ di quiete in casa
sua, ma doveva anche sorbirsi, regolarmente, le continue lamentele delle vicine
di casa, che protestavano per i danni e le marachelle del vivacissimo Pokèmon
baby. Una volta, da buona persona di spirito, Sabrina rispose ad una di loro:
-Manco fosse mio figlio! Prendetevela con lui!, puntando il dito su Electabuzz e
ritirandosi nella sua proprietà. Non appena la vicina di casa osò appropinquarsi
un millimetrò di più, il Pokèmon elettrico, con un’espressione a dir poco comica
sul muso, la fissò per qualche secondo colle zampe sui fianchi, emettendo subito
dopo una forte scarica elettrica dal corpo grassoccio e striato, spaventando non
poco la povera donna, che urlando a più non posso di corsa discese la via per la
parte bassa della città. Dopo tale episodio, tutti i vicini principiarono a
vociferar che Sabrina fosse diventata matta; solo Angelo, imperterrito
corteggiatore, continuava a presentarsi alla sua porta e venir ripetutamente
scacciato.
-Santo Shinto! – urlava ella al cielo – cos’ho mai fatto di male per meritarmi tutto questo?! Cosa mi resta adesso? Mi restano solo soldi non spesi, fave tra i piedi e la poco apprezzabile corte di uno pseudo-santone rincoglionito! E… ah, dimenticavo, di questi due impenitenti birboni che sputano tuoni e fulmini tutto il santo giorno…, aggiunse poi, quando si sentì tirare i calzoni da Electabuzz e riabbassando il capo tornò in questo mondo a vedere Elekid che scorrazzava allegramente per il giardino.
-Se non avessi voi! – disse ironica – chi penserebbe a farmi dannare di più?, e rise, chinandosi a coccolare il suo paffuto e robusto Pokèmon, che per ringraziarla emise una generosa scarica di fulmini di gratitudine della quale Sabrina non potè dirsi altrettanto grata.
-Che ti venga un colpo! Sono stufa di vedervi folgorare il mio appartamento! E’ inutile che sogghigni! Se continuate così vi butto fuori a tutti e due! No, no, qui bisogna cambiare aria. Altro che lavoro, altro che Angelo, altro che voi due!
Valigie a portata di mano! E roba!
Così, se Sabrina era donna di questa vita, si decise a non esserlo più. In uno slancio di ribellione, tesa nel volersi riagguantare quegli ultimi due anni della sua breve esistenza, si gettò coi suoi bagagli e con tutto il resto dei suoi fedelissimi Pokèmon nella piazza di Amarantopoli, corse verso il portone della vicina dogana e urlò:
-Al diavolo questa città, al diavolo tutti i suoi abitanti! Parto per le Southern Islands e non metterò mai più piede qui intorno!, con immediate urla di giubilo e schiamazzi e festeggiamenti in tutto l’abitato. Nulla potè più fermarla da quel momento, tantomeno Angelo che, udita la notizia e precipitatosi in strada a rincorrerla, fu congedato con queste parole ed atti di amante graziosa:
-Electabuzz, tuonopugno!, giusta manifestazione di fulminante amore per l’interessato.
-Che tu possa morire arrostito!, fu il suo ultimo saluto ad un povero Angelo stordito e steso a terra.
Sabrina era così partita per altri lidi, cercando di riprendersi quella vita che tanto le era fino ad allora mancata. Senza preoccuparsi del fatto che quel giorno fu segnato nel calendario da tutti gli abitanti di Amarantopoli ed eletto a giornata di festa paesana per gli anni a venire, la giovane maestra di Saffron City s’incamminò per i boschi e lasciò che il destino le riservasse nuove
avventure.
To be continued…